I limiti della legge sull'impresa sociale: come superarli?

Fatta la legge, trovato l'inganno... E sarà sempre così, matematicamente dimostrato. Se invece vogliamo definire l'impresa sociale sulla base dell'impatto positivo sulla Comunità a prescindere dalla forma giuridica allora il discorso potrebbe essere diverso, e la discriminante non sarebbe più profit / non profit ( che non corrisponde a cattivo / buono, la distinzione non può essere così netta). I dilemmi etici comunque rimangono. Vedi ad esempio il caso di un'azienda profit che per gli abitanti della zona ha fatto molto in termini di infrastrutture e servizi però il core business è discutibile in termini di eticità: armi. Occorre quindi mettere dei paletti per quanto riguarda i settori nell'ambito dei quali l'impresa può essere considerata sociale? Deve essere intrinsecamente sociale il core business, deve avere un impatto positivo sulla Comunità o entrambe le cose? Infine, il mio grande interrogativo: cosa spinge davvero un'impresa ad avere una vocazione sociale? E se decide di averla perché?
Nell'ambito del dibattito sulla modifica della legge 155/2006 sull'impresa sociale, c'è chi propone di togliere il vincolo della non distribuzione degli utili e chi propone di dare una forma giuridica e la individua nella srl. Alla luce di quest'ultima proposta, il modello delle For Benefit Corporations (che sono aziende profit che decidono di impegnarsi per un impatto positivo nella società a partire dal proprio statuto) e la relativa certificazione B Corp (che valuta 4 ambiti: governance, workers, community, environment) potrebbe essere una strada da percorrere?