Il bene della comunità: (vera) CSR e impresa sociale

Corporate Social Responsibility e impresa sociale: due prospettive diverse per guardare ad uno stesso obiettivo, l’integrazione di profit e non profit per il bene della Comunità. Da un lato abbiamo un approccio al business e dall’altro il riconoscimento giuridico di una qualifica per quelle organizzazioni che rispettano i requisiti fissati per legge. La CSR non è “solo se avanza qualcosa” ma sottointende il c.d. contratto sociale con gli stakeholder, che si, può apparire molto teoricco e di scarsa applicazione. Spesso le aziende hanno semplicemente chiamato CSR la filantropia (che è si destinare a scopi sociali / di beneficenza quello che avanza) oppure hanno inteso la respknsabilità sociale esclusivamente come strumento di marketing stampando tonnellate di carta patinata nelle quali le c.d. iniziative di CSR non erano altro che filantropia o facendo un passettino in più cause related marketing. E così si è creato il fenomeno, la moda del momento.Il fine della (vera) CSR non è l’immagine e la conseguente aumentata reputazione sul mercato bensì dovrebbe essere l’impatto positivo sulla Comunità, che non esclude assolitamente il profitto. Letta in questa chiave, quanti casi, anche relativi al passato possiamo trovare? Pochi, pochissimi forse.

Avrei ancora molto da dire ma per ora mi fermo qui su questo punto, lasciando però due domande che a mio avviso sintetizzano gli argomenti chiave, ovvero: perché un impresa dovrebbe essere socialmente responsabile e cosa la spinge ad esserlo? Ciò che fa emergere il dibattito sulla responsabilità è la risposta risposta iniziale ai movimenti no global e alle campagne di boicotaggio, da qui poi segue tutto un fiorire di certificazioni che invece che rappresentare un punto di svolta nel comportamento comcreto delle aziende si traduce in un bollino inteso come punto di arrivo, come raggiungimento di un picco di eticità volto a recuperare la reputazione e la CSR, invece che partire dall’interno dell’organizzazione, dalla sua cultura, in primis, per poi rifletterne gli effetti sull’esterno diventa uno strumento di comunicazione esterna, ed ecco, in molti casi l’effetto green washing (o blue washing come anche veniva definito inizialmente… curioso che il colore rassicurante era il blu, poi negli ultimi anni la valenza eco/etica è stata attributa al colore verde, vedi ad es. il logo di Mc Donald’s…). Si crea inoltre il discimine tra realtà certificate, realtà che pubblicano bilanci sociali, bilanci di sostebilità (la differenza rispetto ai precedenti c’è, semplificando molto riguarda le aree coperte e i coriteri utilizzati per la redazione), e quelle che non fanno nulla di tutto ciò ma che buine pratiche e comportamenti rispettosi dei lavoratori e della propria comunità locale li hanno sempre messi in pratica, vedi le micro imprese e le PMI (a tal proposito c’è un interessante studio sulla resposnabilità sociale nelle PMI Venete realizzato una decina di anni fa da Associaizone Veneto Responsabile).

Da un lato il mondo corporate brutto e cattivo, dall’altro il profit candido e buono e socialmente responsabile… questa era la visione di gran parte del non, non tutto, ma di quello più militante e movimentista si. Ci può essere un’integrazione tra profit e non profit che vada oltre le iniziative di cause related marketing? Arriva il d.lgs 24 marzo 2006, n. 155 “Disciplina dell’impresa sociale, a norma della legge 13 giugno 2005, n. 118″ che introduce la figura giuridica dell’impresa sociale, riconoscendo il carattere imprenditoriale di alcune attività spesso già svolte da associazioni e cooperative, anche se con notevoli limiti. Ma il concetto di responsabilità sociale non viene meno, si tratta di riuscire a metterlo in pratica o di continuare a farlo, oltre la carta patinata. Responsabilità sociale è un comportamento, impresa sociale è un’etichetta con la quale la legge definisce una realtà poliedrica, composta da organizzazioni tra loro diverse ma con un comune denominatore . E si presume che CSR e impresa sociale vadano a braccetto.